Le Rocche sotto la Luna

 

                                                   29.08.2014

                                                   h. 11:50

                                                   F. L.

 

La maglietta rosa confetto con le maniche corte. Il colletto blu e i jeans tagliati sopra due gambe lunghe e secche.

 

Il vento che scompiglia lo sbrendolo di uno scialle nelle forti mani, mentre lo sguardo malinconico cerca gli occhi di gente annoiata e stanca.

 

Lo anticipo ed evito il suo sguardo.

 

Uno starnuto taglia l’aria: uno squarcio in quella foresta. E il bianco che lo asciuga.

 

Riprende il cammino.

 

Lo sguardo ora su un sorriso strano e sfuggente: vù cumprà?

 

                                                       

                                                   FAUSTINA

                                                            

 

Mi siedo dopo una giornata di lavoro nel mondo.

Il giardiniere sta ancora rastrellando le foglie del grande albero in giardino. 

Sono fortunata: la splendida e secolare magnolia è proprio davanti alla mia finestra.

Quelle delle altre danno sul palazzone affianco, sulla strada, o sono invase dalla chioma senza visone del cielo.

Io si.

Io ne vedo le radici, il tronco, il dipartire dei rami e le fronde lucide e carnose.

Non ne vedo la sommità, questo è vero, ma non me ne importa: so che c'è.

Mi basta e mi rassicura. Anche il cielo mi è dato: metafora del mio essere.

Mistica e spirituale, ma fortemente radicata a terra.

Ho bisogno della terra.

La voglio.

E questo desiderio, pulsione che sublimo mi rimanda alla mia natura.

Penso a come solo mezz'ora fa, pur solo le sei della sera di una giornata settembrina ancora calda e soleggiata, mi sono avventata con sommo piacere a mangiare la fetta di vitello tonnato che mi sono comprata al supermercato.

Ah! La gola...

Anch'io sono un essere con desideri, gusti e piaceri.

Non mi sento in colpa, mi permetto quietamente una fetta del mio cibo preferito.

Sin da bambina, da quando mia madre lo preparava in casa e mi mandava ad acquistare il pezzo di coscia rotonda dal macellaio e poi lo metteva nell'acqua a bollire insieme con i gusti aromatici: alloro, rosmarino, cipolla e chiodi di garofano. Poi preparava la maionese, aggiungendo al rosso d'uovo l'olio a filo alternandolo al filo del succo di limone sino a quando montava una bella e morbida massa giallo arancio. Tritava i capperi con i filetti di alici ed il tonno che poi aggiungeva alla maionese che cambiava colore e sapore.

Io aspettavo impaziente la fine del rituale... e finalmente potevo leccare con le dita il grilletto ormai vuoto, ma ancora grondante di salsa succosa e densa.

Un piacere che mi accompagna. Il piacere della carne. E della salsa. Che mi concedo. 

Sono una donna equilibrata. Donna. Pur sempre donna.

 

Quando ho deciso di entrare qui? Da sempre. Sono stata una bambina buona, gentile, sensibile, altruista, sempre disponibile ad aiutare, educata.

Accompagnavo la nonna alla messa, ai vespri domenicali, alle processioni, ai rosari: ho visto la morte da bambina ed era normale. Normale morire come il vivere. Normale vedere persone morte e persone vive. Normale vedere tutti i miei cugini maschi morire in giovane età come per una maledizione divina.

Dirmi che non era normale. Che quel “Se Dio vuole” che mia nonna ripeteva ad ogni morte, azione intrapresa o fare quotidiano ERA normale.

Anche lei aveva perso tragicamente un figlio in tenera età, eppure mai le venne meno la fede e la speranza nel futuro.

Devo la mia forza a mia nonna. Non avevo paura di morire. Avevo paura della morte, compagna dei miei giorni e delle mie notti.

E poi parlavo con Lui e volevo diventare la persona più bella e buona sulla terra.

Questo mio sentire veniva alimentato dalle persone che venivano a trovare i miei familiari e decantavano la mia bontà e la mia abnegazione nell'aiutare.

Io mi sentivo riconosciuta ed apprezzata e sono cresciuta accasandomi in questo mio essere.

 

Quanti giri di bottiglia... Bottiglia che inspiegabilmente non si fermava mai davanti a me, ma sempre davanti alle mie compagne.

Accadde che una cugina rimase incinta ancora minorenne: scompiglio in casa e cosa dirà la gente. “Ma chi se ne frega della gente!” tuonava mio padre.

Una parente gli domandò allora come avrebbe reagito, lui, se fossi stata io a rimanere incinta. Mio padre rispose che avrebbe accolto me ed il bambino, comunque.

Io ero presente, ma come se non lo fossi.

Sentivo il tutto come una violenza nei miei confronti. Parlavano di me senza rivolgersi a me.

Mi sentivo piccola, indifesa, nonostante ci fosse mio padre a difendermi, in mezzo a gente giudicante.

Mi ripromisi che mai e poi mai sarei rimasta incinta.

Mio padre non avrebbe mai dovuto prendere le mie difese, mai avrei dovuto difendermi dalla gente pettegola.                               

                                               Mai.

Missionaria. Avevo due possibilità: dedicarmi all'insegnamento e diventare la rispettabilissima zitella maestra elementare del paese oppure...

Decisi di entrare in collegio dalle suore. Ironia della sorte.

In collegio, divenni quello che non avevo avuto il coraggio di diventare fuori.

Mi si aprì il mondo della cultura, del teatro, dell'opera, delle conferenze.

L'abito da collegiale e da novizia poi, erano la mia cintura di castità, la mia difesa dai pericoli del mondo e dagli sguardi degli uomini.

Potevo essere gentile, donare un sorriso, offrire un aiuto senza timori.

Godevo di questo stato privilegiato, dicendomi che non si può avere tutto dalla vita.

Ed io avevo LUI con me, sempre. Era stato bello amarLo... Quando lasciavo libero il mio desiderio e non temevo.

Non come quel giorno in cui mia madre mi sorprese: piombò come una furia su di me, dicendomi che non avrei dovuto mai più fare una cosa simile, che non andava bene.

Ed io mi domandavo cosa ci fosse di male a fare qualcosa che mi procurava piacere e non danneggiava nessuno.

Continuai a farlo, di nascosto. Con la paura e l'accortezza di non farmi scoprire.                          

L'hai mai fatto, Dio, quando eri qui con noi?

 

Poi arrivò in paese Gelsomina.

Gelsomina.

Il nome mi rimandava a giardini rigogliosi, fontane, profumi e luoghi misteriosi: non avevo mai visto un gelsomino e a me, fervida lettrice dalla fantasia spigliata, Gelsomina evocava un essere delicato e forte insieme.

Gelsomina capì, mi accolse e mi guidò.

La terra mi attirava e il mio corpo voleva la terra.

Ora ti vedo.

E vedo allo specchio una donna di mezza età: piccola, grassottella, la pelle ancora fresca, i denti da furetto, il sorriso sempre pronto tra le labbra sottili, gli occhi vividi e neri.

Più il tempo passa e più mi arrotondo...eh sì, miei peccati...

Eppure solo ieri ero minuta, ben proporzionata e c'erano uomini che mi dicevan sprecata in quella scelta.

I miei occhi da scorpione trasparivano la mia natura profonda e appassionata e tanti desideravano sentire la mia passione.

Io la sentivo. E nei miei sogni la lasciavo libera con la sua voglia di carezze e di baci.

Il sapore del bacio di Alo. Lo sento ancora.

La sua lingua rugosa, le labbra secche e umide di desiderio. 

Le sue e le mie, più intime.

Labbra del desiderio dato e ricevuto.

 

                               Ho scelto.

                          Chissà dove sei ora.

                                   Alo.

                     Sei felice o sei perduto?

                              Io sono qui.

Congiungo le mani e mi tengo stretta così come tengo stretta questa penna e scrivo la mia vita.

Gelsomina...ho scelto allora e scelgo ancora,

                            Suor Faustina

Toh... Si è fatto buio!

 

 © patrizianalbach